Racconto di un’estate alpina, un puzzle da ricomporre


Sono come al solito in Arabia per lavoro, nel mio ritiro spirituale, ho tanto tempo da dedicare a qualsiasi cosa, peccato solo che non ci sia una, mi basterebbe almeno una, cosa da fare. Ad essere sinceri ogni tanto, ma non spessissimo, riesco anche a godere di questa calma e assenza di stimoli. Leggo a più non posso, corro purtroppo stile criceto in palestra, mangio, lavoro e vado in bagno. Praticamente la vita che tutti desiderano, cerco di prenderla in ridere in effetti. Mi sembra di essere in un altro pianeta rispetto a come sono abituato a casa: una corsa incredibile dietro ad una vita che non si fa certo prendere e non ti concede neanche una sosta. Qui invece non ho bisogno di correre, aspetto semplicemente che il tempo passi, sono seduto su una panchina come un pensionato che guarda i lavori nei cantieri. Insomma, tutto sto giro di frasi e labirinto di parole per dire che ho finalmente un pò di tempo per riprendere a scrivere in questo ormai globalmente apprezzato blog.

Sono qui davanti al computer che mi gratto la testa, ripensando alla mia estate e a tutti le cose che ho fatto e i posti incredibili che ho avuto la fortuna di ammirare. Non riesco a dare un filo logico ai miei confusi e sempre nebbiosi ricordi. Forse è meglio che mi riguardi le foto, sono forse l’unico mezzo che ho per non vivere una vita di solo presente. Ho fatto il gravissimo errore di non mettermi subito a scrivere, sono sicuro che adesso farò un sacco di errori e ci metterò come minimo un secolo.

mmmm, allora, vediamo, da dove cominciare? maaaa, questo puzzle è più difficile del previsto! ha tanti di quei pezzi e sembrano tutti simili. Aiutooooo, che fatica mettere ordine nella mia testolina, piena zeppa di emozioni e ricordi che sembrano danzare sopra di me come farfalle, quasi alla portata della mia mano, ma inesorabilmente sempre ad un soffio dalla cattura.

Ahhhhhhh, ecco come cominciare questo intricatissimo puzzle: basta partire dai bordi, una regola che in teoria dovevo ricordarmi subito, ma possibile che devo fare i conti sempre con il  problema della mia memoria! Ritorniamo a noi quindi… torniamo alla “mia” estate o forse è meglio dire alla “nostra” estate. 
Adesso siamo in due in famiglia, Anny e Sammy. 





Un duo a dir poco affiatato e complice in tutto, anche purtroppo nella smemoratezza, devo ammettere. Quest’estate non la vivrò da lupo solitario alla caccia di qualsiasi preda, o nel mio caso meglio dire “avventura” che mi capiti a tiro.
Certo che con la Sammy non dovrò rinunciare a niente, anzi a volte dovrò porre io un freno a lei per non mandare fuori giri il motore della nostra vita.
che disastro… sto di nuovo perdendomi nel bosco impenetrabile della mia testa. Ero alla regola numero uno per iniziare un puzzle: iniziare dai bordi. 
Come in un puzzle le nostre vacanze estive hanno come punti di riferimento: l’inizio e la conclusione, gli estremi. Il resto della vacanza è un mistero, troppo complicato e sfuggente per due disorganizzati come noi.
Partiamo quindi dall’inizio, cioè dalla ormai irrinunciabile uscita estiva con Ruttok & company. Meta ultima del nostro pellegrinare alpino sarà invece il paese di Selva di Cadore dove incredibilmente abbiamo prenotato, “prenotato” si avete capito bene!, un albergo a 4 stelle. 
Ma iniziamo dal principio… Quest’anno è il turno della Francia ad essere la meta prescelta delle nostre scorribande in mtb. Certo che non ci siamo mai fatti mancare niente, prima  l’avventura sul Gran Paradiso, poi attorno al Grand Combin e adesso tocca al Queyras. Una regione a me sconosciuta della Francia, ma questa volta non per mia ignoranza, ma proprio perchè non è una meta molto famosa e frequentata. 
Meglio così penso, meno gente c’è e più mi sento a mio agio perso nelle montagne, proprio come un lupo, in compagnia solo del mio branco.

Tour del Queyras:

Brevi cenni storici tratti da Wikipedia, sicuramente non presi da mie improbabili conoscenze:

Il Queyras fu abitato nell’antichità da una popolazione celto-ligure, i Quariates.
Si pensa che Attila viaggiò attraverso il Queyras, durante le sue marce per la conquista di varie aree dell’Europa.
Il Queyras costituì, dal 1343 al 1789 uno dei quattro e poi uno dei cinque cantoni della Repubblica degli Escartons.


Basta però con l’immancabile abuso della troppo facile arte del Copia- Incolla, tanto si capisce subito che non è farina del mio sacco.
Eccoci al pezzo che da il via al puzzle… per evitare una sveglia terrificantemente all’alba, io, la Sammy e Ruttok decidiamo saggiamente di avvicinarci  al punto di partenza del nostro tour di quattro giorni, il paesino di Saint Veran. La sera prima ci spostiamo quindi in val Varraita, una stretta e fredda valle in provincia di Cuneo che confina con il Queyras. Troviamo una spartana, ma confortevole camera al rifugio Savigliano a pochi, ma scopriremo il mattino seguente cattivissimi km dal confine francese. Anche il fatto che verremo praticamente adottati da questo rifugio sarà una cosa che scopriremo solo in seguito. Questa tessera del puzzle da collegare evidentemente è ancora nascosta sotto le altre.
Il mattino seguente ci svegliamo ad un orario accettabile incontrandoci con gli altri della banda. Formiamo un bel gruppo eterogeneo proveniente da diverse parti del nord Italia: io, la Sammy, Ruttok, Stepper e l’organizzatore Balvenie. La voglia  di partire e la carica per l’imminente avventura ci spinge a incamminarci subito dopo le presentazioni e saluti. Raggiungiamo in macchina a fatica il mortale colle dell’Agnello che ci separa dal Queyras. Il nostro povero Berlingo tra l’altro dovrà  subire  almeno altre due volte le pendenze spaventose del colle… è un vero miracolo che non sia saltato in aria.

Giorno 1 Saint Veran – Aiguilles:

Dopo aver recuperato anche Gattodellenevi, l’ultimo compagno che ci aspettava a Veran partiamo carichi come molle verso il Col de Chamoussière.


 Dopo i primi strappi in salita sento subito gli effetti della quota, il cuore batte troppo forte e mi sento la testa leggera come un gavettone d’idrogeno (citazione del mitiko gruppo Elio e le storie tese).


 Qui facciamo un inaspettato incontro con un asino che ci guarda con la grande intelligenza tipica della sua specie e in realtà anche di molti esseri umani. Quest’instancabile animale è utilizzato spesso dai sempre più avanti trekker francesi per il trasporto dell’attrezzatura da campeggio.


 Ammiriamo il panorama meraviglioso che si gode dal colle e ci sentiamo  elettrizzati per l’inizio assolutamente promettente del nostro viaggio. Notiamo in lontananza l’imponente e solitario Monviso che svetta imponente su tutte le altre vette, non potevamo chiedere di meglio da questa prima giornata di pedalata. Dopo aver un po’ recuperato le forze ed esserci saziati della spettacolare vista ci lanciamo lungo una sentiero in discesa che taglia come una lama il pendio detritico. Siamo ritornati praticamente ai piedi del colle d’Agnello, sulla strada percorsa solo poche ore in macchina per raggiungere Saint Veran. Il confine con l’Italia è a poche centinaia di metri anche se lo spirito totalmente differente dei francesi nel vivere la montagna ci fa sembrare la nostra patria distante anni luce.


 Dopo una salita breve, ma decisamente spacca gambe raggiungiamo il Col Vieux per poi affrontare la lunghissima discesa che ci porterà in fondovalle presso il paesino di l’Echalp. Durante la nostra picchiata ammiriamo due bellissimi specchi d’acqua che vanno ad alimentare il vivace torrentello de Bouchouse. 


Siamo completamente presi dalla bellezza del sentiero, perfetto per le nostre amate mtb e sfrecciamo urlanti disegnando curve e affrontando gradoni tecnici senza paura. Nonostante l’isteria collettiva per la discesa ci fermiamo improvvisamente nelle vicinanze del torrente. L’acqua è talmente invitante che, complice il tepore estivo di questa giornata,  in una frazione di secondo ci ritroviamo mezzi nudi con i piedi a mollo. Ovviamente il pediluvio degenera in un corroborante nonché scioccante bagno integrale nel fiume gelato. Ruttok è sempre in pole position quando si tratta di tuffarsi in acqua e ci spinge per emulazione a seguirlo.

  Rinati dall’acqua gelida riprendiamo la discesa contenti come dei bimbi. Raggiunta la valle ci togliamo le protezioni e in breve su asfalto siamo al primo posto tappa, il paesino di Aiguilles. Appena messo piede in paese ci lanciamo disperatamente, come assetati nel deserto in preda a un miraggio, in un bar per una indispensabile birra ristoratrice. Una volta acquietata la sente ricominciamo a ragionare e cerchiamo il nostro gite d’etape, nient’altro che una specie d’ostello a prezzi modici.


  Aiguilles ci piace subito come del resto tutto il Queyras, niente di sfarzoso o curato come i nostri paesini alpini, anzi notiamo una trasandatezza appena percettibile che lo rende vero. Anche la presenza di un turismo non invasivo e poco appariscente intensifica la nostra sensazione di autenticità e concretezza, distante anni luci dalle perfette e altrettanto false località del trentino o delle nostre alpi in generale. Una volta mangiato e fatto un paio di vasche in paese la stanchezza ci assale velocemente guidandoci verso le nostre brande.


Giorno 2 Aiguilles – Brunissard:

Alla mattina una pioggerella fine e insistente vela le montagne che ci circondano rendendo il paesaggio un pò malinconico. Le poche persone che attraversano il paese si proteggono con ombrelli e ci guardano curiosi cavalcare le nostre amate bici incuranti dell’acqua. Il tempo in queste occasioni è una variabile ininfluente, si pedala sempre e comunque. La fortuna comunque ci assiste e dopo pochi minuti dalla nostra partenza la pioggia cala fino a cessare del tutto. Rimane una giornata comunque nuvolosa che però non infierisce su di noi con altra pioggia, anzi riesce anche a regalarci spiragli assai graditi di sole.


Iniziamo subito con una duretta salita su forestale che ci farà prendere velocemente quota. 


L’umidità e la fatica  che ci porta in temperatura alla velocità della luce ci costringe a spogliarci da tutti i vestiti indossati per contrastare il freddo pungente del mattino. Una quantità impressionante di mosche non ci da pace durante tutta la salita, la Sammy poi sembra essere particolarmente gradita a questi simpaticissimi insetti. Una nuvola nera la segue con una tale insistenza e determinatezza in ogni suo spostamento da far pensare alla presenza di una sorta di intelligenza collettiva con la precisa volontà di rompere i coglioni al prossimo.

Durante la salita riusciamo a intravedere il castello di Chateau Queyras costruito ai piedi della valle per sbarrare la strada ad eventuali popoli invasori. Mi sembra di aver visto il pezzo da collegare al castello da qualche parte, ma non riesco a ritrovarlo! Forse riuscirò a completare questa parte del puzzle più avanti, non bisogna avere fretta! ma continuiamo con la cronistoria della giornata. Dopo una prima parte tutto sommato ciclabile inizia un tratto di spingismo assoluto lungo uno spoglio pendio disseminato di bovazze bovine. 


Scolliniamo in breve raggiungendo un bivio di sentieri e prendiamo la traccia che porta a Souliers. Messe le protezioni  affrontiamo un’adrenalinica discesa tutta tornantini che ci farà perdere per qualche minuto la ragione.


 Infatti Stepper esaltato dalla guida non presta la minima attenzione alle micidiali “cagate” di mucca presenti lungo la traccia, tante mine inesplose lasciate da una guerra pacifica, così non se ne lascia scappare una!!! Raggiungiamo un rifugio dove ci concediamo una strepitosa birra doppio, triplo o quadruplo malto, non ricordo e via che si ricomincia a salire con alcuni strappi micidiali che ci costringono a lunghi tratti di bici a spinta. Dopo una bella faticata per risalire un ripido sentiero, meravigliosamente bello da fare in discesa penso tra me, arriviamo al punto più alto della giornata: il Col du Tronchet. Sostiamo qualche minuto per riprendere fiato e per goderci la vista. Non abbiamo fretta, ormai le nuvole minacciose che ci hanno accompagnato per tutta la mattinata si sono dissolte e con esse l’apprensione di prendere l’acqua.


 Inoltre non ci rimane che una lunga discesa fino al punto tappa della giornata. Anche questo sentiero è perfetto per le bici, il Queyras è proprio il paradiso per le nostre amate compagne. Incrociamo improvvisamente l’asfalto presso la Casse Deserte, un punto panoramico dove ammirare incredibili pendii detritici simili a montagne innevate.


 Una veloce foto di gruppo e si riparte in discesa, evidentemente il richiamo di una birra sta cominciando a diventare irresistibile. 


Raggiungiamo così il paesino di Brunissard e con esso l’immancabile gite d’etape che ci ospiterà e rifocillerà a dovere. In effetti non siamo solo assetati, ma anche famelici. A cena riusicamo a sbranare anche metà del pasto di poveri ciclisti da strada anoressici che hanno avuto la sfortuna di condividere il nostro tavolo.


Giorno 3 Brunissard – Col de Furfande

Lasciamo il tranquillo abitato di Brunissard in una mattina all’insegna del sole, pronti ad affrontare un’altra dura giornata sui pedali. 


Appena usciti dal paese attraversiamo un campeggio molto tranquillo semi nascosto da una lussureggiante pineta. Ci fermiamo velocemente per fare scorta di biscotti e altri viveri da mangiare lungo il percorso e ci incamminiamo lungo una strada ghiaiata che si inerpica lungo l’incantevole vallata. L’intricato incastro del puzzle ci riporterà ben presto nel campeggio di Brunissard, la tessera che si unisce a questo luogo non è molto lontana.
Intanto svuotiamo completamente la testa da ogni pensiero, come al solito! si potrebbe pensare, e ci concentriamo solo sull’atto ripetitivo della pedalata. Prendiamo quota velocemente circondati da un ambiente bellissimo che ci dona un’assoluta pace e felicità.  Incontriamo lungo il nostro percorso alcuni specchi di acqua limpidissima e dopo un breve strappo conquistiamo il colle di Lauzon.



Al passo prendiamo un attimo fiato e ci prepariamo alla discesa indossando le protezioni. Guardiamo con soddisfazione il sentiero in fondo alla valle nella direzione opposta da dove siamo saliti. La traccia inizia con una serie di curve strette su ghiaino molto divertenti. Arrivati al laghetto ormai prosciugato di Lauzon entriamo in un boschetto di bassi pini. La velocità è tanta e affronto curve e gradoni con sicurezza finchè, ovviamente, non cado in avanti per fortuna senza nessuna conseguenza.



Arrivati quasi in fondo alla valle, a qualche chilometro sopra Arvieux, decidiamo di prendere una deviazione per raggiungere la vallata di Plan du Vallon confinante alla nostra. Saliamo su un bellissimo sentiero quasi tutto pedalabile circondati da una pineta curata e luminosa. 


Arriviamo in cima alla collinetta che separa le due valli scendendo poi per un sentiero non sempre ciclabile e con qualche passaggio delicato a strapiombo.  Raggiunto il torrente e tolte le protezioni ci incamminiamo in salita lungo la carraia che attraversa tutta la valle fino a raggiungere l’incredibilmente ancora lontano colle de Furfande. La salita è lunga, lunga, lunga, lunghissima e il gruppo comincia ad avere segni di cedimento. Il panorama comunque ci sostiene e ci sprona ad andare avanti. 


Siamo quasi insensibili alla fatica e alla stanchezza accumulata. In verità ogni tanto facciamo qualche sosta per guardarci un po’ attorno anche se in realtà questi attimi di tregua sono indispensabili per tirare fiato. La Sammy, stufa di pedalare, decide di accorciare la sofferenza andando dritto per dritto lungo un sentiero con la bici in spalla, tagliando così gli ultimi infiniti tornanti. Come tutte le fatiche ciclistiche anche questa fortunatamente termina, arriviamo così in vetta al colle. 


Non ci rimane altro che affrontare una breve discesa che ci porterà al rifugio Col de Furfande e al più che meritato riposo.

Il posto dove sorge la capanna è strepitoso, completamente fuori dalla civiltà. Ci circondano solo montagne quasi a proteggerci dal resto del mondo. Riusciamo anche a fare una precaria doccia calda, ci sentiamo dei signori e non vorremmo più andarcene. 


Giorno 4 Col de Furfande – Saint Veran
Ci svegliamo a buonora accolti da una mattina fredda e serena.


 Fatta un’abbondante colazione partiamo tutti imbacuccati per proteggerci da una temperatura da battere i denti. Oggi è l’ultimo giorno del tour e purtroppo anche il più duro. Mi sento comunque al settimo cielo per aver scoperto questa poco frequentata e non solo per questo incantevole regione delle alpi francesi. Il giro parte purtroppo in discesa e in pochissimo tempo perdiamo gran parte del dislivello duramente conquistato il giorno precedente. Raggiunto il fiume Le Guil affrontiamo un’altra interminabile salita prima su asfalto  e poi su carraia che ci porterà al col di Bramousse. Prima di raggiungerlo però decidiamo di fare una sosta merenda in un caratteristico gite d’etape nel paese di Bramousse. Una volta al passo le fatiche non sono certo finite, giusto il tempo di prendere fiato e prendiamo un singletrack con pendenze al limite della sopportazione. Dopo un primo tratto piuttosto ostico la salita molla un pochino la presa e riusciamo anche a guardarci attorno gustandoci la vista che il Queyras ci offre. 


Facciamo una breve seppur faticosa deviazione per raggiungere il colle Crete des Chambrettes. Sicuramente la fatica ne è valsa la pena, da questo promontorio infatti abbiamo una visone a trecentosessanta gradi di tutta la regione. Non sappiamo dove guardare, la bellezza di questo luogo ci circonda e ci avvolge in un dolce abbraccio di immagini e emozioni.


Purtroppo dobbiamo riprendere il cammino, siamo ancora lontani da Saint Veran e la salita non è ancora finita. Siamo al Col Fromage in un lampo, siamo alla resa dei conti, l’ultima salita si para davanti a noi separandoci dalla valle di Saint Veran. Seguiamo il sentiero in salita leggera che con un lungo traverso affianca la montagna. Improvvisamente la traccia si inerpica cattiva sulla nostra sinistra costringendoci a qualche tratto a spinta. Ormai belli cotti a puntino concludiamo anche quest’ultima fatica, il Col des Estronques è conquistato. Con le gambe dure come pezzi di legno e il fiato corto siamo giunti quasi al termine del nostro viaggio.


 Siamo euforici per tutti i posti indimenticabili incontrati anche se una quasi impercettibile sensazione di malinconia sfiora il nostro animo per l’imminente separazione. Sappiamo che in fondo alla valle che si para davanti a noi Sain Veran ci aspetta e con esso l’inevitabile congedo dai nostri compagni di viaggio. Come sempre a rendere unici questi giorni non sono stati solo il panorama o la bellezza dei sentieri, ma soprattutto la compagnia e l’unione creata nella fatica e nella gioia.

Bando ai sentimenti nostalgici, protetti nella nostra armatura voliamo lungo la discesa che serpeggia lungo la vallata. Le nostra urla accompagnano i nuvoloni di polvere alzata al nostro passaggio come i tuoni accompagnano le nuvole nere durante un temporale. 


La discesa perde forza e vigore, una volta raggiunto un torrentello la fine dei giochi è prossima. Una cascatella d’acqua glaciale attrae immediatamente l’attenzione del bimbo che c’è in Ruttok. Mi distraggo due secondi e voltandomi lo vedo già mezzo nudo sotto l’acqua che se la gode. Appena vede dell’acqua perde letteralmente la testa e la sua parte fanciullesca prende il sopravvento.


Siamo così alla conclusione del viaggio, una breve salita ci riporta a Saint Veran, da dove mi sembra d’essere partito una vita fa. L’immancabile rito della birra del trionfo mi ricorda che presto dovremo tornare ognuno sulla propria strada. Poco male dai, ci saranno tante altre occasioni per rivederci e poi la mia, o meglio la “nostra” estate non è assolutamente finita, anzi deve ancora sbocciare come un bocciolo in primavera.
Come da una saetta, improvvisamente vengo folgorato dal pensiero di non avere alcun programma per le prossima settimana. Di tutta la vacanza solo l’inizio e la fine sono certi, il resto sono tessere di un puzzle da ordinare e comporre.
Infatti nonostante le tante proposte lanciate e immancabilmente perse nel caos delle nostre testoline, io e la Sammy non siamo ancora giunti a nessuna decisione. 
Ci viene in soccorso Ruttok che ci propone di rimanere con lui a Saint Veran per la notte in modo da riposarsi prima di tornare a casa e noi di trovare una soluzione al nostro incerto futuro.
Un grazie a tutto il gruppo per la compagnia e per le gran risate, grandissimo Ruttok per le sue mattane in acqua, Stepper per aver sminato il sentiero pieno di mine- bovazza dal col di Tronchet, Balvenie per la perfetta organizzazione del giro, Gattodellenevi fotografo maniacale e la Sammy perchè semplicemente mi sopporta.

Proseguirò la descrizione della nostra vacanza alpina dal punto d’arrivo per poi fare un passo indietro o detto più fico “flashback” sulla transumanza che ci ha portato, io e la Sammy, nel lontano Cadore in Veneto.

10 risposte a "Racconto di un’estate alpina, un puzzle da ricomporre"

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  1. Ciao hai rispolverato i miei ricordi ed emozioni vissute insieme a voi , sono stati 4 giorni vissuti intensamente con lo spirito giusto , saluta la Sammy .
    Alla prossima – Step

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  2. Grande Anny, hai fatto rivivere anche a me quei bei momenti…
    Ora c'è tutto il tempo per organizzare per il 2013 un'altra mitica avventura.
    Ci si sente presto, magari quest'inverno per una facile scialpinistica.

    Ciao
    Ruttok

    Mi piace

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