Gli otto passi dello yoga

Yoga-Sutra-di-Patanjali2

Quello che si vede dello yoga, le asana, o la meditazione, sono solo una piccola parte di questa meravigliosa disciplina. Come insegnante di yoga vorrei impegnarmi al massimo a far conoscere attraverso una corretta pratica delle asana, anche gli altri aspetti dello yoga. Qui parlerò più approfonditamente di quello su cui si basa della filosofia yogica, un cammino sul quale asana dopo asana, e respiro dopo respiro mi ci sono ritrovata.

Il cammino dello yoga

 

Introduzione

Yoga dal sanscrito significa “unione “dell’anima individuale con lo spirito universale. (B.K.S. Iyengar)

Letteralmente vuol dire Unire Legare e sta a significare l’unione tra la mente, il corpo, e lo spirito. Pattabhi Jois definisce anche il termine yoga con il “upaya” che vuol dire sentiero, attraverso il quale raggiungere qualcosa. Patanjali lo definisce un processo di cessazione delle fluttuazioni della mente.

Nella disciplina dello yoga i movimenti -gli asana- sono coordinati sempre al respiro-pranayama-. Questo fa che mente corpo e respiro siano connessi fra di loro, che l’attenzione-dharana- sia verso l’interno -pratyara-, sul qui e ora, e questo porta ad uno stato di meditazione attiva in cui il sé dissolve con il tutto.

Il termine yoga significa allora il mezzo per realizzare la nostra vera natura. Pattabhi Jois.

Il primo insegnante di yoga

La leggenda narra che il dio Shiva decise di insegnare tutti i segreti dello yoga a sua moglie Parvati. Vicino a loro però c’era un piccolo pesce che ascoltò tutte le sue sagge parole, senza farsi notare. Quando i due si accorsero della presenza del piccolo intruso, era troppo tardi e il piccolo animale si era già dileguato, portando con sé tutto quello che aveva appreso. Il pesciolino nuotò lontano sperimentando su di sé gli insegnamenti che aveva acquisito. Con il passare del tempo passò attraverso le tappe evolutive dello yoga, e alla fine si trasformò in un uomo. Così nacque il primo yogi della storia e grazie ad esso la scienza dello yoga fu conosciuta dall’essere umano (fonte: a tutto yoga.it)

Le origini dello yoga

Le vere origini dello yoga pare che risalgano a 5000 A.C. quando sono state ritrovate immagini su oggetti risalenti a quel periodo, ma in quei tempi gli insegnamenti venivano tramandati soprattutto oralmente e lo yoga veniva inteso come un insieme di tecniche meditative con il fine di raggiungere il controllo dei sensi.

Le prime testimonianze scritte iniziano a trovarsi nelle upanisad risalenti al 3000 A.C.: poemi filosofici e mistici scritti in sanscrito, lingua indiana antica, che esplorano la natura dell’anima umana e nella bagavad gita, dove si trova spesso la parola yoga intesa soprattutto come condotta di vita verso la liberazione.

Ma la prima opera vera e propria sulla yoga viene scritta da Patanjali nello yoga sutra, intorno al 500 A. C.

Nei sutra Patanjali descrive la pratica da effettuare nell’arco di una vita intera illustrando 4 livelli di evoluzione yogica per arrivare al controllo della mente (Citta vritta nirodha ovvero la pacificazione delle funzioni mentali) per il raggiungimento della beatitudine.

  • Samadhi Pada: la congiunzione, dove viene illustrata la via dello yoga come mezzo per raggiungere il Samadhi, lo stato di beatitudine nel quale si ha una diversa consapevolezza delle cose e si raggiunge la liberazione
  • Sadhana pada: La realizzazione dove vengono illustrati gli otto petali che compongono il cammino dello yoga
  • Vidbhuti pada: in cui Patanjali parla delle ultime fasi del percorso yogico, che vengono raggiunti con una corretta pratica
  • Kaivalia pada la separazione tra fisico e materia che è quella che viene ottenuta tramite il raggiungimento del samadi.

In questa tesina ci soffermeremo a parlare sul secondo pada cioè sul cammino dello yoga.

Ogni singolo passo è una soddisfazione di per sé appropriato alla reale situazione di ciascuno. Se fai un passo alla volta non c’è nessuna difficoltà. Godiamoci ogni passo. Le difficoltà nascono se vogliamo fare più di un passo alla volta.” Marck Withewell

Gli otto passi dello Yoga

Lo yoga può essere visto come se avesse tre strati: Uno esterno, uno interno, e uno ancora più interno, e cioè uno fisico, uno mentale e uno spirituale. Allo stesso modo gli otto passi dello yoga si possono dividere in tre gruppi:

-Discipline etiche, sociali e individuali gli Yama e Niama

– le Asana – posture-

-Pranayama e pratyahara che portano all’evoluzione dell’individuo e alla comprensione del se; Pranayama, la scienza del respiro, attraverso il quale si arriva al pratyahara placando i sensi.

-Dharana dhyana e samadhi: rappresentano il risultato dello yoga facendoci provare l’esperienza dell’incontro con l’anima.

Rende molto bene l’idea l’immagine che B.K.S. Iyangar dà agli otto passi dello yoga descrivendoli come se fossero un Albero, identificando negli yama le radici, niama il tronco, asana i rami, le foglie attraverso le quali avviene lo scambio tra il macrocosmo e il microcosmo il pranayama. Asana e pranayama portano la mente verso la concentrazione Dharana e il controllo dei sensi Dhyana

Yama-controllo-i comandamenti morali universali. I cinque concetti che regolano il nostro comportamento con gli altri e disciplinano gli organi dell’azione (Braccia gambe, bocca, organi percettivi, organi escretori). Rappresentano le radici dell’albero

Ahimsa la non violenza

Intesa come non violenza e rispetto sia nei confronti di sé stessi che su tutti gli esseri. Nell’ambito dell’insegnamento dello yoga questo concetto si mette in pratica guidando gli allievi in una pratica sicura, dove non si possano far male.

  • Satya la sincerità essere onesti con sé stessi e gli altri. Questo concetto può andare in conflitto con ahimsa: come fare se la verità rischia di ferire? Nell’antico poema epico del mahabharata si dice: “La verità dovrebbe essere detta solo se piacevole e con modi piacevoli; la verità che ferisce non andrebbe detta. Tuttavia, non si dovrebbe mai mentire per compiacere a qualcuno.

Questi concetti ricordano molto le tre leggi della robotica Asimov: Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. (Ahymsa)

 Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.

 Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge

  • Asteya la liberazione dell’avidità. Non rubare, liberarsi dal desiderio di possedere qualcosa se non si è guadagnato. Nella pratica significa anche non aver fretta di arrivare ad eseguire asana avanzate. Lo yoga è una questione di pratica e di costanza, di lavoro quotidiano. “non esistono scorciatoie”. Nella vita di tutti i giorni asteya significa anche non rubare tempo alle persone, magari con un atteggiamento vittimista o richiedendo troppo l’attenzione su di sé
  • Gli organi escretori: brahmacharya controllo della brama sessuale. Che non significa astinenza e/o celibato, ma onorare e rispettare noi stessi e gli altri nelle relazioni intime. Iyangar diceva che “senza fare esperienza dell’amore e della felicità umani, non è possibile conoscere l’amore divino”
  • Liberazione del desiderio di possedere al di la delle proprie necessità: Se applichiamo questo concetto alla pratica degli asana e del pranayama possiamo invitare gli allievi a praticare con un atteggiamento paziente, che privilegia la stabilità e l’agio, piuttosto che il tentativo di realizzare perfettamente la posizione. Personalmente credo che la pratica quotidiana dello yoga guidi anche a trovare il giusto equilibrio tra desiderare qualcosa per gradi, o voler tutto subito.

Nyama: L’autopurificazione l’autodisciplina. Riguardano i comportamenti del singolo da coltivare per migliorare sé stessi.

Sono le regole di condotta personale, un mezzo per ottenere il benessere attraverso la cura di sé stessi che guidano lo yogi verso una maggior autenticità.

Controllano gli organi della percezione (gli occhi, le orecchie, il naso, le labbra e la pelle) e rappresentano il tronco dell’albero:

  • Sucha Intesa come purezza fisica e mentale, quella che dalla locuzione latina di tale Giovanale era “Mens sana in corpore sano”. Giovenale diceva che “Solo il sapiente vero si rende conto che tutto ciò è effimero e talvolta anche dannoso”

Lo Yogi si prende cura del suo corpo come se fosse un tempio. Con la pratica degli asana si disintossica il corpo liberandolo dalle tossine. La purificazione della mente avviane attraverso pranayama, pratyhara, dharana.

  • Samtosha appagamento, l’essere umili, essere felici di ciò che si ha. L’essere felici per ciò che siamo e ciò che abbiamo in quel momento. Una mente che non è felice non può concentrarsi. Può essere ricordata nella pratica invitando gli allievi ad essere soddisfatti della propria pratica. Nel momento in cui praticando si rivolgono tutte le forze fisiche e mentali ad essa, possiamo essere tranquilli di aver fatto il massimo che potevamo fare in quel momento e i risultati ne saranno il frutto.
  • Tapas dedizione, autodisciplina, il fuoco, l’ardore che ci fa raggiungere uno scopo. Uno scopo degno rende una vita illuminata pura, divina. Con tapas lo yogy sviluppa la forza del corpo, della mente e del carattere; acquista coraggio e saggezza, integrità, onestà e semplicità. (Iyangar). L’autodisciplina non deve essere percepita come una “catena”, ma al contrario, come via verso la liberazione. Se si hanno degli obbiettivi, l’unico modo per raggiungerli sono la costanza e la perseverazione.
  • Svadhyaya sva significa sé stesso, Adhyaya studio o educazione. L’educazione è la manifestazione delle migliori qualità interiori dell’uomo. Svadhyaya quindi è l’educazione dell’io lo studio del se. Svadhyaya ci porta ad esplorare la parte più autentica e profonda di noi stessi, a coltivare la nostra consapevolezza, accogliendo e accettando i nostri limiti e rimanendo centrati sulla verità. Svadhyaya a volte può essere doloroso. Scoprire la propria parte più autentica spesso significa scoprire che nella vita siamo portati a essere ciò che gli altri, la famiglia, la società, si aspettano da noi. Imparare a conoscersi, e scegliere di essere autentici con sé stessi può voler dire anche lasciare andare. Lasciare andare, comportamenti, azioni o persone che non ci appartengono, per lasciare spazio alla propria natura e alla propria autenticità. Qui entrano in gioco aimsha, la non violenza verso sé stessi e gli altri, e satya la sincerità. Trovare un equilibrio per essere sé stessi senza ferire gli altri a volte non è facile. Personalmente credo che sia importante cercare di avere una visione nel lungo termine considerando che le emozioni che viviamo non ci identificano, ma sono solo sensazioni passeggere
  • Isvara pranidana (abbandono), lasciare andare l’ego, lasciarsi andare alla divinità che è in sé. Lo yogi ha imparato l’arte di dedicare tutte le proprie azioni a dio, e perciò esse riflettono la divinità che è in lui.

Asana (Posizione)

Rappresentano i rami dell’albero. Sono le posizioni dello yoga quelle che ci permettono di mantenere il nostro fisico forte elastico, più resistente, in armonia con la natura. Gli asana sono anche quella parte dello yoga con cui la maggior parte delle persone, soprattutto in occidente, identifica lo yoga. Sono la parte dello yoga più visibile nell’immediato

Lo yogi si prende cura del proprio corpo perché è il tempio della sua anima.

Srotolare il tappetino ogni giorno con costanza rinforza anche il nostro sistema immunitario, ci porta ad avere una maggior percezione del nostro corpo, un controllo maggiore di esso e della mente.

Prima di ogni altra cosa, l’asana è ritenuta la prima parte dell’hata yoga. Avendo eseguito gli asana si ottiene stabilità del corpo e della mente, libertà dalla malattia e leggerezza delle membra.” Hata yoga pradipika (1:17)

Madre Teresa di Calcutta diceva: “Il frutto del silenzio è la preghiera, il frutto della preghiera è la fede, il frutto della fede è l’amore, il frutto dell’amore è il servizio, il frutto del servizio è la pace”

*Pranayama e pratyhara insegnano come controllare la respirazione per mezzo della mente, per liberare i sensi dalla schiavitù degli oggetti del desiderio. Questi due stadi dello yoga sono conosciuti come ricerche interiori (Antaranga sadhana)

Pranayama: controllo ritmico del respiro

Prana significa energia, yama controllo. Rappresenta la linfa dell’albero, ciò che mette in contatto il microcosmo, l’anima individuale con lo spirito universale. Il mezzo che mette in comunicazione l’interno, con l’esterno, quello che ti porta alla concentrazione e a farti sentire un tutt’uno con la natura.

Personalmente credo che sia questo il punto chiave che porta gradualmente uno yogi al cambiamento personale.

Il fatto di sentirsi un tutt’uno con la natura che ti circonda, nel momento in cui hai rispetto e pratichi la non violenza su te stesso, la pratichi anche nella natura sentendoti un tutt’uno con essa.

Attraverso il pranayama, le tecniche di respirazione, la coordinazione del respiro con il movimento, si arriva alla consapevolezza di essere un tutt’uno con l’universo con la vita che ci circonda. È a quel punto di consapevolezza che ai principi di yama e niama si da uno spettro più ampio al loro significato.

Tiziano Terzani diceva: “Ci vuole coraggio determinazione e un senso di sé che non sia quello piccino della carriera e dei soldi; che sia il senso che sei parte di questa cosa meravigliosa che è tutta qui attorno a noi”

“Tutte le rivoluzioni finiscono per incarognirsi, così come tutte le religioni finiscono per istituzionalizzarsi, per irrigidirsi nelle loro abitudini e proteggere sé stesse invece di andare avanti, di inventare vie nuove”

“C’è questo mondo unico in cui tu godi del minerale, godi del materiale, godi del vegetale. E finisci per godere dell’umanità. Perché sono la stessa cosa. Non c’è differenza. E così guardi la terra, il fondo della terra ed è bello. Non c’è differenza. Non c’è più paura. Finisci per abbracciare un altro uomo.”

Pratyhara: Controllo dei sensi

“Attraverso il pratyhara i sensi smettono di molestare la mente in cerca di gratificazioni e si ritraggono dal mondo esterno per assistere la mente nella sua ricerca interiore” (Yogasutra II)

Asana, pranayama e pratyhara conducono l’allievo a dharana, dhyana e samadhi

Dharana (concentrazione attenzione totale)

È un modo di condurre il pensiero su un particolare prescelto all’interno o all’esterno del corpo. Dharana è il controllo delle variazioni di coscienza allo scopo di portare la concentrazione su un unico punto. In dharana si impara ad attenuare le fluttuazioni della mente in modo da eliminare alla fine tutte le onde o le maree di coscienza, finché il contemplatore si identifica con l’oggetto contemplato. Quando la coscienza conserva queste attenzioni senza alterazioni o esitazioni nella profondità della consapevolezza, l’oggetto della concentrazione svanisce e Dharana diventa dhyana o meditazione. (B.K.S. Iyengar)

Dharana Può essere il proprio corpo nello spazio

 

Lavorando con disciplina su asana, pranayama e pratyhara, si otterrà la ricompensa del darhana, dhyana, e samadhi che rappresentano gli effetti di quella pratica.

Samadhi: è lo stadio finale di estasi di beatitudine, di fusione tra il se individuale e l’universo.

Fonti:

Mark Stephens “L’insegnante di Yoga”

B.K.S.Iyangar “L’albero dello yoga” “Pratica dello yoga”

Tiziano Terzani “La fine è il mio inizio”

T.Krishnamacharya “Il nettare dello yoga”

www.yoga.it

 

 

Conclusioni

“Yama coltiva gli organi dell’azione, in modo che possano agire per i giusti scopi: nyama educa i sensi e gli organi percettivi; gli asana irrigano ogni più piccola cellula del corpo umano nutrendolo con abbondante apporto di sangue; pranayama incanala l’energia; pratyhara controlla la mente e la pulisce di tutte le impurità; dharana rimuove il velo che copre l’intelligenza e affina la sensibilità per poter fare da ponte tra la mente e la coscienza interiore; dhyana integra l’intelligenza, e nel samadhi confluiscono i fiumi dell’intelligenza e della consapevolezza per poi sfociare nel mare dell’anima, così che possa brillare in tutta la sua gloria.” B.K.S. Iyengar

 

Il cammino dello yoga libera il corpo e la mente avviandoli verso una maggior consapevolezza e di conseguenza porta ad un lento e a volte doloroso cambiamento del se. Una volta che questo cambiamento avviene, che gli Yama e i Niamas, non sono più regole di condotta ma diventano modi di essere e di agire che ci appartengono, l’espressione spontanea del nostro modo di essere, che la pratica degli asana, del pranayama, pratyhara, e dyana e dharana entrano nella nostra quotidianità, allora si va verso il terzo passo che descriveva Patanjaly cioè il Vidbhuti pada.

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