Sci Alpinistica sul Rosa – Capanna Margherita – Giorno 2

A rieccola… la malefica sveglia che sul Granpa mi ha malamente sottratto dal mio caldo letto si ripropone puntuale, senza pietà! Sono le 4.30 di mattina e sento non solo il rintronamento della quota, ma anche quello causato dalle onde d’urto del bastardissimo francese che ha russato tutta la notte, un vero stacanovista della russata. Non mi resta che la soddisfazione di buttarmi a bomba sulla colazione. Sbafo come un leone inferocito una quantità industriale di pane, biscotti e latte. La quota evidentemente non mi ha tolto la fame, meglio così! Ho la brutta impressione che oggi mi serviranno tutte le calorie per affrontare la scalata in alta quota.

Mi affaccio timidamente dalla porta d’ingresso del rifugio, merdaaaaaa che freddo!!! Per fortuna all’orizzonte non c’è una nuvola, ma non mi faccio illusioni.

 I meteo danno peggioramento sui rilievi di confine già dalla metà della mattinata. Guardo la Sammy prepararsi, non si sente proprio bene e gli antidolorifici che sta assumendo non riescono ad alleviare il dolore al fianco. Non ha proprio una bella cera, si sente stanca, ma è determinata come sempre e non si lascia certo scoraggiare da queste inezie.
Una volta che il gruppo è pronto ci incamminiamo nel freddo siderale della mattina che timidamente sta subentrando al buio della notte.

Non mi aspettavo un freddo del genere a metà Maggio, un altro mondo ripensando al caldo opprimente del giorno precedente. La Sammy rallenta un pochino il ritmo e mi avvicino a lei per sincerarmi delle sue condizioni. Sembra proprio non farcela, mi dice di voler tornare indietro. La stanchezza del giorno precedente e i danni della caduta in bici l’hanno profondamente fiaccata non solo nel fisico, ma anche nella determinazione. Le dico di ritornare sui suoi passi fino al rifugio, abbiamo percorso poche centinaia di metri e può tranquillamente aspettarci lì e recuperare le energie.

Cerco così di recuperare gli altri che nel mentre mi hanno distanziato lungo il pendio di neve dura del ghiacciaio. Non so ancora per quale motivo, ma immagino che il mio istinto ne sappia più di me, mi volto indietro e chi vedo? la Sammy che si sbraccia e mi viene incontro. C’era da aspettarselo, non poteva certo rinunciare così facilmente. Stringendo i denti e concentrandosi sulla pattinata la Sammy ci segue imperterrita incurante del male e della debolezza.

Intanto il freddo e la carenza d’ossigeno ci accompagnano, fedeli come cani, nel nostro cammino lungo l’interminabile ghiacciaio che ci separa dalla meta. Per fortuna dopo circa un’oretta un timido solo si affaccia curioso dalla piramide di Vincent, alleviando almeno in parte il gran freddo. Occhio e croce ci saranno almeno -20 gradi e le dita delle mani perdono sensibilità in pochi minuti se non sono massaggiate energicamente.

Attorno a noi svettano ancora imponenti nonostante l’altezza un’infinità di picchi impressionanti:

l’incredibile piramide del Lyskam, ancora più minacciosa se vista da Nord

la punta Dufour, la vetta più alta del massiccio del Rosa

il Parrot Spitze con un buffo pesce di nuvole a fargli da cappello.

ed ecco finalmente la nostra meta, punta Gnifetti con abbarbicato sulla sua sommità, come in un precario equilibrio, il rifugio Capanna Margherita. Come per il Parrot una curiosa nuvoletta la cince come una ghirlanda. Facendo notare a Simone questa stranezza mi spiega che generalmente la formazione di queste nuvole sui picchi in alta quota è un segnale che indica un cambio di pressione e possibile brutto tempo.

Intanto ci raggiunge la Sammy, il suo sguardo vale mille parole… Stancaaaa, è assolutamente e totalmente stanca. Questo però non le impedisce si proseguire, non si lamenta per un solo attimo, vuole raggiungere l’obiettivo.

Mi distraggo continuamente nel ammirare la costellazione di vette che compone questo cielo alpino, ecco il Cervino, mancava solo lui all’appello.

Riprendiamo l’affannoso cammino percorrendo la lunga lingua del ghiacciaio. Michele ha allungato il passo raggiungendo velocemente la dorsale che porta al muro finale. Attorno a noi intanto le nuvole si ammassano minacciose, dando pienamente ragione alla teoria che mi ha esposto Simone poco prima.
Decido quindi di accelerare anch’io, giocando d’anticipo rispetto alla perturbazione. Una volta ai piedi della piramide finale, mi tolgo gli sci e indosso i ramponi. La parete è dura e in alcuni punto ghiacciata. La quota qui mi schiaccia peggio di una morsa, fatico a respirare e ad ogni cinque, sei passi sono costretto a fermarmi per tirare fiato. Il tratto difficile per fortuna è breve e dopo poco raggiungo il bivacco di quota ormai purtroppo immerso in una fitta nebbia. Dentro incontro Michele dove, una volta scambiati i complimenti, mi disseto e riscaldo al paradisiaco calore di una stufa a gas. Giusto il tempo di riprenderci, decidiamo di ridiscendere velocemente per non rischiare di essere raggiunti dalla perturbazione in arrivo.

Poco più in basso incontriamo gli altri che, visto peggioramento delle condizioni meteo, hanno deciso saggiamente di non salire. Ci prepariamo quindi tutti alla discesa, non c’è tempo da perdere. La visibilità cala drasticamente ad ogni minuto che passa. Dopo poco siamo costretti a fermarci, la visibilità è insufficiente e il rischio di sbagliare strada e cadere in qualche crepaccio non è da sottovalutare. Per fortuna dopo qualche minuto il sipario di nebbia che ci preclude la vista si alza leggermente consentendoci di riprendere il cammino. Ripercorriamo a ritroso il cammino di andata lasciandoci alle spalle le odiose nuvole. Ci rilassiamo un attimo e in qualche modo scendiamo prima su bellissima farina e poi su durissima crosta fino al rifugio.

Il sole torna a baciarci e ci concede una tregua che apprezziamo enormemente.


Siamo sconvolti, arriviamo al rifugio infreddoliti e senza forze. La quota e l’aria gelida hanno logorato le nostre già scarse riserve di energie. Ci riprendiamo a suon di birre e te caldi. Ci mancano ancora 1700 metri di dislivello negativo da affrontare, non possiamo rilassarci troppo. Intanto le nuvole avvolgono come una coperta tutta la zona accompagnate da una fine nevicata. Riprendiamo il cammino, la visibilità non è delle migliori, ma la situazione non è così brutta come poco prima sulla vetta. A fasi alterne il sole rispunta senza mai essere troppo invadente come durante la salita di sabato.

Perdendo quota la temperatura diventa umanamente accettabile e il manto nevoso trasformato dal rialzo termico ci regala una discesa divertente e non troppo faticante.
Per evitare sgradevoli risalite cambiamo leggermente il percorso fatto all’andata raggiungendo agevolmente il limite dell’innevamento. Non ci resta che caricarci gli sci sulle spalle e raggiungere il furgone. Siamo entusiasti come bimbi e l’adrenalina per l’avventura vissuta ci sostiene nonostante la stanchezza. Saltiamo al volo sul furgone in cerca di una meritatissima birra e una pizza. Ci sentiamo un branco di lupi in un gregge di pecore… detto da un vegetariano non suona bene però!

Un  ringraziamento alla compagnia perfetta di Michele, Simone e Giorgio che ci hanno permesso di vivere questa straordinaria avventura. Grandissima anche la Sammy per aver tenuto duro nonostante il dolore e non essersi mai lamentata, portando a compimento un’escursione tutt’altro che banale.

Anche oggi, ormai ritornato alla vita di tutti i giorni, mi sento ancora lì con la testa, tra quei giganti di roccia e neve. Sento ancora perfettamente la profonda pace che ti assale dolcemente soprattutto nei momenti di grande stanchezza e quando si è al cospetto di tanta bellezza. La serenità che raggiungo in situazioni del genere è assoluta e sconvolgente, tutte le preoccupazioni o i pensieri del mondo che mi aspetta laggiù, in fondo alla valle sembrano non essere mai esistiti. Sono sereno…

Grazie,

Anny

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