ci siamo… il puzzle mi aspetta, è ora di terminarlo!

Sembra proprio che la penisola arabica mi induca a scrivere, penso tra me. Mentre sono stravaccato davanti alla piscina del mio hotel a Sohar, in Oman, mi ritornano in mente flash dell’estate ormai finita da un secolo. Storia passata, che però non ho nessuna voglia di lasciare scorrere nel colabrodo della mia memoria. Non ne rimarrebbe niente, ne sono sicuro. Già adesso devo usare ogni stratagemma possibile per far riaffiorare tutti i nomi e i luoghi che abbiamo visto io e la Sammy. Più che un divulgare ad altri questo blog mi serve per avere una traccia di quello che ho vissuto e a cui tengo enormemente. Mi devo quindi mettere il cuore in pace e rimettermi alla tastiera. Forza e coraggio… ne vale la pena, ne vale sempre la pena.

ma come fare districare la matassa terribilmente intricata della memoria? dove eravamo rimasti? mmm, ecco! Avevo già descritto da dove eravamo partiti con il tour del Queyras in Fracia e dove ci siamo fermati, nello splendido Cadore. Manca all’appello un’intera settimana di vagabondaggio alpino però. Un bel casino da riprendere in mano, soprattutto dopo un anno e mezzo abbondante.

ma veniamo a noi…

Siamo in Francia assieme al grande Ruttok, più precisamente nel paesino di Saint Veran nella regione del Queyras. Io e la Sammy ci siamo presi un giorno per decidere come passare nel modo più intenso possibile la settimana di vacanza che si separa da Selva di Cadore, mentre Ruttok si concede una nottata di riposo prima di tornare al lavoro.
Una volta salutato il nostro amico, io e la Sammy decidiamo di rimanere un paio di giorni nell’incantevole Queyras, siamo sicuri che ci possa regalare bellissime escursioni a piedi.
Purtroppo la Sammy è afflitta da fastidiosissime vesciche ai piedi che si è procurata nel giro in bike del Queyras. Però è strano? come avrà mai fatto a farsi venire le vesciche in bike? ops… forse sono stati i pochissimi tratti di bici a spinta o a spalla, adesso ricordo!

Ferrate nel Queyras:

Visto la sua difficoltà a camminare ci imponiamo di stare buoni almeno per un giorno. Una visitina al forte Queyras è proprio quello che ci vuole. Appena arriviamo ci rendiamo conto di come i francesi amino ogni tipo di sport e attività all’aperto. Una scuola di Rafting è presa d’assalto da numerosi ragazzi e poco sotto al castello parte una ferrata frequentatissima anche da ragazzini che porta alle porte della rocca.

Non resistiamo neanche un minuto, ci mettiamo l’imbrago sperando che le vesciche non rompano più di tanto. La scelta suicida è stata però vincente, infatti la Sammy pena decisamente meno lungo la ferrata che a camminare normalmente. Il percorso balza da una parte all’altra del torrente, sotto di noi i canoisti lottano contro le rapide rendendo l’arrampica ancora più avvincente.

In breve siamo alle porte del castello contenti come cinni e assetati come grandi alcolizzati.

Carichi per la ferrata decidiamo di spostarci nel campeggio di Brunissard che abbiamo attraversato al Tour del Queyras per affrontarne altre.

Dopo una bella dormita in campeggio partiamo già imbragati per affrontare le due vicine ferrate: Pra Premier e Les Cretes de Combe la Roche. Entrambe le vie sono perfettamente attrezzate e decisamente fisiche. Ci costringono ad issarci con la forza nei passaggi più critici mettendo a dura prova la nostra resistenza.

Siamo felici di essere rimasti in zona, abbiamo potuto così rivedere questi posti selvaggi anche da una prospettiva diversa rispetto alla bici.

La montagna può essere vissuta in infiniti modi, non è possibile annoiarsi, ogni volta ci riesce a colpire in modi diversi.

Monte Losetta in MTB (Varaita):

Il nostro vagabondare ci riporta ora in Varaita, torniamo quindi in Italia per ammirare da vicino il magnifico Monviso. Non siamo però certi che il nostro povero Berlingò riesca nuovamente a passare il terribile Colle d’Agnello. Forse stiamo chiedendo troppo al nostro ormai stremato mezzo di locomozione, ma non abbiamo scelta, si parte!

Visto il tempo non eccezionale, anzi ad essere sinceri assolutamente orrido, rinunciamo al solito campeggio e optiamo per il più comodo rifugio Savigliano in cui abbiamo alloggiato all’inizio della nostra avventura.
Ci facciamo consigliare dal gentile  rifugista, solo all’apparenza però scoprirò ben presto, su un giro in mtb per ammirare da vicino l’imponente massiccio del Monviso. Gli chiedo com’è il giro che arriva al Monte Losetta, una vetta ai piedi del Monviso di oltre 3000 metri d’altezza, che ho scaricato da internet. Lui mi risponde convinto: ma è da fare al contrario rispetto alla descrizione, questi non sono del posto, fidati di me che ci vivo! Lo ascolto come fosse un oracolo, la mia fede in lui è totale, non posso certo discutere con chi vive in questa valle. Il giorno seguente fiduciosi ci incamminiamo per un bel sentiero di mezza costa che ci porta comodamente verso il colle dell’Agnello evitandoci così la strada principale.

Appena raggiunto l’asfalto lo lasciamo immediatamente imboccando la stupenda e isolata val di Soustra. In brevissimo tempo però ci rendiamo conto che la ciclabilità del sentiero in salita è poca, troppo poca, mentre se affrontata nel verso opposto sarebbe stata una libidine in discesa. Ogni pezzo di spingismo mette a dura prova la mia fede sul rifugista, confido però nella seconda parte del giro che affronteremo in discesa.

Sicuramente tutti i tratti inciclabili che stiamo affrontando saranno ampiamente ripagati. Arriviamo stanchini al col Losetta a 2870 metri e davanti a noi si para l’imponente parete del Monviso purtroppo parzialmente velata dalle nuvole.

L’emozione è grandissima e per un momento ci lasciamo ammagliare dalla bellezza del posto dimenticando le fatiche affrontate. Difronte a noi il Monviso ci osserva dall’alto, un’immensa piramide di roccia sospesa tra le nuvole.

Alle nostre spalle scorre la selvaggia e incontaminata val Soustra, appena affrontata in salita. Alla nostra sinistra il Monte Losetta, la nostra meta, ci aspetta, mentre alla destra il vallone di Vallanta, perdendo quota ai piedi del Monviso, ci riporterà al rifugio.

 Nei pressi del colle vediamo molti reperti risalenti alla grande guerra, chilometri di filo spinato ammucchiato e avamposti semi diroccati sono testimoni dei sanguinosi scontri avvenuti in tempo di guerra in tutta la valle. Ripresomi dallo spettacolo del panorama mi volto verso la Samanta e dal suo sguardo vedo un pò di stanchezza e avvilimento per tutto lo spingismo fatto.
La Sammy decide di lasciare la bici al colle e salire a piedi, mentre io mi incammino lungo il pietroso pendio che porta al Losetta con la mia fidata bici sulle spalle. Mi è ancora incomprensibile del perchè un sano spingismo mi renda sempre felice a differenza della Sammy che giustamente lo detesta. maaaa! Arrivati in vetta purtroppo le nuvole cominciano ad accalcarsi attorno a noi velando parzialmente il panorama.

Vicino al sentiero sorgono alcuni ruderi militari che decidiamo di visitare. Improvvisamente sento la Sammy esclamare “e tu cosa vuoi? Dalla porta di un edificio esce un camoscio impettito che non infonde certo sicurezza. In un lampo ci rimettiamo in modo lasciandoci alle spalle l’ungulato minaccioso.

Riprendiamo così il cammino lungo un sentiero molto tecnico e al limite della fattibilità. Per fortuna il tratto roccioso  è breve e in un baleno raggiungiamo il vallone di Vallanta. Alla nostra sinistra intravediamo tra le nebbie il rifugio Gagliardone, una strana struttura che sembra sporgersi curiosa verso il Monviso, come in ammirazione.

Da qui la discesa segue costantemente la valle lungo un sentiero spianato largo quasi come una carraia. Maledico il rifugista pensando alla discesa strepitosa che mi sono sparato nel verso opposto al posto di questo stradello da pensionati. Noiosamente arriviamo al lago di Pontechianale in uno stato di leggero scazzo, io per il verso sbagliato e la Sammy per lo spingismo subito. Per fortuna una birrona gigante ci rimette in carreggiata e torniamo sereni al nostro rifugio.

Trekking colle del Lupo (Varaita):

Siamo ancora al Savigliano con davanti un bel piattone di pasta. Ormai abituati agli agi del rifugio non riusciamo proprio ad abbandonarlo e poi dobbiamo pur dare una seconda possibilità al malefico rifugista? Cambiamo però sport, le gambine sono frolle e le vesciche della Sammy sono in via di guarigione, allora perché non fare un trekking rilassante… rilassante? ma seeeee, non ci crede nessuno! Dopo una discussione animata decidiamo per un anello sempre in Varaita che toccherà il colle del Lupo, un monte a 3100 metri a picco sul lago di Pontechianale.

Partiamo direttamente dal rifugio a piedi, una bella comodità in effetti, inoltrandoci nella stretta valle del torrente Fiutrusa. Dopo un’oretta di cammino la valle si apre improvvisamente. Davanti a noi un immenso imbuto ghiaioso si inerpica fino al colle del Lupo.

Non incontriamo anima viva, questa zona è isolata e completamente selvaggia come piace a noi.

 La scalata  ci impegna parecchio e dopo un’infinità raggiungiamo finalmente un ex fortino militare sul colle.

Facciamo una deviazione che ci porterà al Colle del Lupo permettendoci di ammirare un’incredibile panorama a 360 gradi della zona compreso l’isolato Monviso.

Ridiscesi al colle ci aspetta un altrettanto infinita discesa, senza una traccia precisa da seguire, lungo un vallone detritico di origine glaciale. L’ambiente è lunare, una distesa sconfinata di sassi perfettamente levigati dalla forza di un preistorico ghiacciaio  che ospita almeno una decina di laghetti  dall’acqua cristallina.

Non c’è nessuno, non si vedono case, alpeggi, rifugi, impianti, niente di niente. Solo una tenda solitaria in lontananza vicino al lago più grandicello ci mantiene legati alla cosi detta civiltà. Non siamo improvvisamente rimasti gli unici esseri umani in circolazione? peccato però! Camminiamo contenti come bimbi, saltando da una pietra all’altra senza preoccuparci più di tanto del sentiero. La direzione è quasi obbligata e noi siamo troppo rapiti dalla stranezza del paesaggio per occuparci dei segnali CAI.

 Uno dopo l’altro ci lasciamo alle spalle i laghetti glaciali scendendo l’isolata valle del Lupo. Dopo tante ore di cammino e le fatiche dei giorni precedenti non vediamo l’ora di raggiungere un bar. Raggiungiamo ormai completamente cotti la strada asfaltata che porta al caratteristico paesino di Chianale dove ci rifocilliamo e soprattutto reidratiamo il fisico provato dalle lunghe ore di cammino.

Colle della Battagliola in MTB:

Come il giorno precedente ci sentiamo come inchiodati al rifugio, neanche questa volta riusciamo a schiodarci, siamo attirati irresistibilmente da un pasto pronto e da un letto vero. Oggi però la Sammy stanca all’inverosimile della vitaccia che la costringo a fare decide di fare sciopero. Giustamente almeno un giorno vuole rilassarsi e non dover penare tra le montagne dietro a un invasato come me. Io ovviamente non riesco a rilassarmi neanche un giorno e opto per un giro non troppo lungo in bike fino al colle della Battagliola. Anche questo giro mi viene consigliato dal rifugista e questo in effetti mi preoccupa alquanto. La discesa che dovrò affrontare è perfettamente visibile dal rifugio, la serie interminabile di tornantini in forte pendenza mi attira come miele con le api.
Giusto per informazione il toponimo del colle della Battagliola, tra Pontechianale e Bellino , ricorda  gli scontri avvenuti tra le truppe sabaude e franco-spagnole nel 1743.
La partenza anche questa volta è dal rifugio e in una prima parte il percorso si svolge su ciclabile sulle sponde del lago di Pontechianale e asfalto in direzione del paese di Bellino.

Dopo un’oretta abbondante di salita tranquilla alternata a brevi discese il sentiero si inerpica su una ben tenuta ex strada militare che mi porterò direttamente a punta del Cavallo per il colle della Battagliola.

La salita su ottimo fondo è costante anche se in alcuni tratti abbastanza ripida.
Senza eccessivi sforzi raggiungo comunque il punto più alto del giro presso punta del Cavallo.

La vista a picco sul lago e su tutta la Varaita alta è strepitosa e il Monviso, con il solito pennacchio di nuvole sulla vetta, sembra a un passo da dove mi trovo.

 Dopo una breve tratto su crinale raggiungo il colle e l’attessissima discesa ripiena di tornantini farciti di dolce pendenza estrema.

L’affronto ogni curva con i freni tirati all’inverosimile per non acquistare troppa velocità e in una frazione di secondo raggiungo il fondo della valle e la nostra nuova casa.

continua….. non è ancora finita! finirò mai di raccontare la nostra estate da vagabondi?

Tracce GPS Varaita

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