Scialpinistica al Mont Dolent – sogno o incubo? 2° Giorno

Puntiamo tutti la sveglia per le 5.15, a causa delle alte temperature previste anche per oggi meglio anticipare il più possibile la scalata al Dolent. Scarichiamo gli zaini dal superfluo, dovendo portare gli sci in spalla per l’ultimo tratto un pò di leggerezza non guasta, non siamo mica degli sherpa tibetani!
Mentre ci prepariamo la colazione… ma quale colazioneeeeeee, non ci siamo portati dietro un cippa di nienteeeee!… vediamo delle luci sfrecciare difronte al bivacco. Incredibile, c’è gente che si sta sparando in giornata più di duemila metri di dislivello. Improvvisamente mi demoralizzo, allora siamo degli scialpinisti lofissimi! Cerco di consolarmi: però noi ci siamo portati dietro un zaino mostruoso e poi vuoi mettere la bellezza di dormire in quota! ma torniamo alla colazione, tanto il tentativo di giustificarmi è ovviamente fallito. Mi sono già rassegnato al misero rancio: un tè con una micro pezzo di cioccolata avanzato dal giorno prima, quando mi accorgo che i tre della barzelletta tirano fuori un contenitore pieno di wafer e dolci. Lo guardo con uno espressione famelica, ci chiedono se ne vogliamo un pò! tanto per lo loro hanno preso troppa roba. Grandissimi, almeno non rischieremo di svenire di fame durante la lunga giornata che ci aspetta. La prossima volta, se ci sarà, riempirò lo zaino di cibarie, altro che moschettoni, corde e altra roba inutile.
Finiamo i preparativi, fuori è ancora buio, un mare di stelle ci sovrasta. Accendiamo le frontali anche se comincia già a intravedersi il chiarore dell’alba da dietro le montagne. Col passare del tempo il profilo dei contrafforti rocciosi attorno a noi diventa sempre più nitido. Il colore rossastro rende ancor più magico un ambiente già perfetto di suo. Non c’è posto al mondo dove vorrei essere, sento di farne parte, al di fuori non c’è nulla che mi importi davvero. ahhhh, come sono romantico!!!

Basta con i sentimentalismi però, dove eravamo? ahhh ecco…  percorriamo il “tranquillo” ghiacciaio di Prè de Bar, c’è qualche crepaccino, ma ne stiamo lontani.
Il vallone inizialmente sale dolcemente, il muro finale del Mont Dolent è sempre più vicino. La cosa che mi preoccupa di più è che la sensazione di spaventosa pendenza non scompare avvicinandosi. Intanto intravediamo il gruppo di garisti che ci ha sorpassato ai mille all’ora. Stanno già attaccando la vetta. Sono impressionanti, totalmente un altro mondo rispetto a noi poveri mortali.
Prima del pianoro antistante al Dolent ci aspetta un bel ripidone ghiacciato. Il sole e la calura quasi estiva non hanno ancora intaccato il manto nevoso. Dopo un numero imprecisato di inversioni al limite riusciamo finalmente a superare questo tratto non banale.

Intanto uno dei ragazzi incontrati al bivacco rinuncia, la nottata in bianco a causa di un mal di denti gli ha stroncato le gambe e il fiato.
Siamo sotto la cima, ci mancano “solo” un centinaio di metri di dislivello, ma a noi sembra un’infinità.

Montati i ramponi, sci in spalla e piccozza in mano diamo il via alla danze. Non sono molto abituato all’uso dei ramponi, per fortuna Albi mi da qualche dritta e in qualche modo riesco a tenere il passo.

Procediamo con cautela, gli errori non sono ammessi in queste situazioni. Cerco di evitare di guardare in basso il più possibile, caxxo che fifa!

Arriviamo finalmente sulla cresta, sono sempre più preoccupato per la discesa.
Le difficoltà non sono certo finite, adesso c’è da percorrere una facile crestina che ha solo un paio di difetti: è terribilmente esposta e strettaaaaaa! Non mi sento proprio a mio agio, chiedo ad Albi di legarmi per maggiore sicurezza. Non mi esalta molto un passaggio su rocce con i ramponi poco prima della vetta. Intanto che arranco ci passano altri scialpinisti quasi di corsa, ma sono pazziiiii!


 Lasciati gli sci affrontiamo quest’ultima prova e finalmente siamo sulla vetta del Mont Dolent. Non c’è tanto spazio, cerco di non pensare al vuoto che mi circonda. Il panorama in compenso è commovente. La montagna segna il confine tra Italia, Francia e Svizzera. Perfetto direi per il nostro gruppo multi-etino. Guardo verso la Svizzera e intravedo un monte che domina su tutti gli altri. Albi mi dice che potrebbe essere il Grand Combin: la prossima meta in programma per il massacrante giro di cicloalpinismo di quest’anno.

Ritorniamo sui nostri passi per recuperare gli sci, in questo momento la paura è il sentimento che prevale su tutti gli altri. Come caxxo si può scendere da questa trappola?

 
 Ci prepariamo in silenzio, concentrati su ogni singolo movimento. Con i ramponi e piccozza ci scaviamo una sosta per poter mettere gli sci. Albi nella manovra butta addosso ad uno svizzero che saliva qualche fiocco di neve, lui si indispettisce un pò e ci cazzia. Che precisini che sono… Guardiamo la morte in faccia: un ripidone di 45-50 gradi, mezzo ghiacciato, con un salto roccioso di qualche centinaio di metri che ti aspetta al minimo errore.

Siamo pronti! ma siamo pronti? pauraaaaaaa, lasciamo passare un Ammaracano. Vediamo se sopravvive! Sono troppo forti… rischia addirittura una curva, guardiamo…, ce la farà?  sìììì, supera il pezzo mortalissimo. Ok, decido di partire anch’io… mi ripeto vivi come non ci fosse un domani! vivi come non ci fosse…. ma noooo! potrebbe non esserci veramente un domani! Vado… mi ricordo ogni singolo secondo di quella curva: carico le gambe, ruoto leggermente il busto, il momento dello stacco… il peggiore, perdo almeno un paio di metri di dislivello, atterro e finalmente mi fermo. Ho paura di essermela fatta addosso, ma il momento critico è passato: la prima curva. Mi sono caricato a mille, non capisco più niente! La paura viene spazzata via da un fiume d’adrenalina.
Faccio un’altra curva e miracolosamente sono ancora vivo. In un ultimo tratto sono costretto ad una retromarcia strizza culo per poter superare uno stretto tratto tra le rocce. Ritorno in me, la discesa non è ancora finita e la pendenza non accenna a diminuire, ma almeno lo spazio di manovra si allarga. Non ci sono salti rocciosi, ma non è comunque consigliabile scivolare. Perdendo il controllo si rischia di prendere una velocità ultrasonica. Aspetto Albi, si sta concentrando, riesco benissimo ad immaginare i suoi pensieri. Passa anche lui indenne il tratto ammazza-sciatori, grandeeeeeeee!!!!

Affrontiamo assieme un ultimo tratto di poco meno ripido e raggiungiamo la base della parete. Ci scambiamo le congratulazioni, siamo euforici! Sento scorrere l’adrenalina accumulata nella discesa, è una droga potentissima. Capisco perchè molte persone rischiano continuamente la vita in azioni pericolose, l’assuefazione ti porta a sfide sempre più al limite. Dopo qualche minuto ci ricongiungiamo con gli altri ragazzi del bivacco.
Ci raccontano che anche loro hanno avuto alcuni problemini di “restringimento anale”. Maaaa, sarà stato qualcosa che abbiamo mangiato ieri che ci ha fatto male, penso. Ripresi dallo shock riprendiamo la discesa.
Adesso sì che si ragiona, complice la neve trasformata a dovere e le pendenze umane, il divertimento è assicurato. L’unico pensiero che aleggia nel mio cervellino è rivolto ai possibili crepacci.
Tutto fila liscio come l’olio, siamo contenti come dei bimbi.

Torniamo quindi al bivacco tutti sorridenti per recuperare le cose lasciate.
Dopo un rapido saluto ai nostri tre compagni d’avventura, io e Albi ci dirigiamo verso l’ultima parte di discesa. Il caldo tropicale e il sole hanno già mollato la neve.
Cerchiamo di evitare il tratto fatto all’andata per evitare probabili distacchi.

 La discesa non è proprio agevole, ma riusciamo in qualche modo a tornare al pianoro di Arnouva. Adesso ci aspettano altri infiniti, lunghissimi, interminabile otto chilometri di assolata pianura padana. Non si discute, al primo bar che incontriamo lungo il calvario del rientro ci fermiamo.
Ordiniamo immediatamente due birre e un tagliere di affettati. ahhhhhhhhhh, il paradiso! non credevo che una “semplice” Forst in lattina potesse essere così buona. Adesso cominciamo a ragionare, affrontiamo i pochi dolorosi chilometri che ci separano dalla macchina.
Siamo solo l’ombra di noi stessi, sconvolti, ma incredibilmente felici. Dopo un tonificante bagno nell’acqua gelata di un torrente non possiamo che prendere un’altra birra. Mi sembra di ritornare in vita, le fatiche patite mi scivolano addosso, rimane solo il ricordo meraviglioso dell’avventura vissuta. Sopra di noi il Monte Bianco, un colosso, mi sento un’inezia al confronto. Mi chiedo però se prima o poi sarà lui a essere sotto i miei piedi. Ci siamo intesi Albi?

Un doveroso ringraziamento ad Albi che mi ha seguito e soprattutto guidato in questa avventura. Non sarà certo stata un’impresa eccezionale o estrema, ma il ricordo di quest’esperienza meravigliosa mi rimarrà sempre indelebile nella mente.

Qui le altre foto 

2 risposte a "Scialpinistica al Mont Dolent – sogno o incubo? 2° Giorno"

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